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Sepolto il papa polacco, si scatenò nel sacro Collegio cardinalizio una lotta tra titani per la nomina del successore e molti porporati organizzarono nel preconclave delle vere e proprie campagne elettorali. Il più potente e attivo fu il cardinale Joseph Ratzinger, che nel 1978 aveva dichiarato: «Non è lo Spirito Santo che detta ai cardinali il nome del nuovo papa». Senza dubbio, il cardinale tedesco aveva la forza della ragione e anche la ragione della forza.
Prima di entrare in conclave, il cardinale Philippe Barbarin di Lione delineò rapidamente le caratteristiche che doveva possedere il successore di Giovanni Paolo II: «Deve essere un uomo aperto a un mondo che cambia. Un uomo che comprenda e conosca il mondo contemporaneo e la sua cultura, affinché, quando parli, la gente possa capirlo». E a questo punto che arrivò il cardinale Ratzinger. Nella quarta e ultima votazione, Ratzinger ebbe ottantaquattro voti, contro i ventisei del cardinale Bergoglio. Così, all'età di settantotto anni, si aggiudicò la tiara papale e assunse il nome di Benedetto XVI (2005-).  Anche se il nuovo papa non era conosciuto da molti credenti, erano invece noti i suoi soprannomi:
Panzerkardinal, Ratzinga Z (come il popolare personaggio del cartone animato giapponese degli anni Settanta, Mazinga z), l'Ombra del papa, Bombardiere B-16 o il Grande inquisitore. I quotidiani britannici furono quelli che accolsero con maggiore polemica la nuova nomina. Il Daily Telegraph titolava «Il rottweiler di Dio», e il Sun, «Dalla Gioventù hitleriana a papa Ratzi». Ma chi era in realtà il nuovo Sommo Pontefice?
Era un amante dei capi classici del guardaroba pontificio, quali il camauro e la mozzetta, si faceva fare le scarpe su misura da Adriano Stefanelli e non da Prada, come dichiarò al Washington Post, ed era nato il 16 aprile 1927 nella città tedesca di Marktl am Inn, a meno di venti chilometri, curiosamente, da Branau, il paese natale di Adolf Hitler.
In realtà non si può dire che il futuro papa fosse un nazista.
Sarebbe ingiustificato definirlo tale, ma di sicuro era figlio del suo tempo. Scrive Ratzinger: «Il partito nazista si presentava con sempre maggior forza come l'unica alternativa al caos incombente». Con il passare degli anni, Joseph Ratzinger fece quello che migliaia di tedeschi fecero, cioè dare una giustificazione all'ascesa di Hitler e del Terzo Reich, affermando:
«Io? Io non ne sapevo niente». Negli anni successivi Ratzinger scelse il silenzio e ignorò la domanda sulle ragioni profonde per le quali molti tedeschi, pur sapendo o sospettando, si adeguarono e scelsero il silenzio.
Ancora oggi, Benedetto XVI preferisce, se non evitare, quantomeno stendere uno spesso velo sulle sue considerazioni riguardo a quel periodo.
Nel 1939, quando aveva dodici anni, il futuro papa era entrato nel seminario di Traunstein, ma nel 1943, a sedici anni, era stato reclutato con la forza dalla Gioventù hitleriana e destinato alla contraerea per la difesa di una fabbrica della BMW in cui si costruivano motori per gli aerei da combattimento.
Esiste una fotografia che ritrae Ratzinger con l'uniforme della Gioventù hitleriana e un'altra immagine in cui si vede il futuro papa vestito da sacerdote mentre fa il saluto nazista.. Curiosamente, Ratzinger sulla sua esperienza nella Gioventù hitleriana scrisse: «Conservo un bellissimo ricordo perché il sottufficiale a cui eravamo sottoposti difese con fermezza l'autonomia del nostro gruppo ed eravamo dispensati da tutte le esercitazioni militari». Vuol dire che Ratzinger non sparò un solo colpo contro gli aerei alleati per difendere la sua postazione presso la fabbrica della BMW?
Nel 1945, dopo un anno trascorso nel «servizio lavorativo del Reich», Ratzinger poté assistere all'arrivo degli americani nel suo paese. Da quel momento, non spese una sola parola su Dachau, sui lavoratori schiavizzati, sulla liberazione di Auschwitz, sulla persecuzione di cittadini tedeschi o sul programma di eutanasia portato a termine dai nazisti. Solo nel 1993, durante un'intervista al Time, l'ancora cardinale Ratzinger spiegava:
«Ricordo di aver visto alcuni lavoratori schiavi provenienti da Dachau mentre prestavo servizio alla BMW e di avere assistito all'uccisione di ebrei ungheresi».
Però! Ci sono voluti quarantotto anni per far ritornare la memoria al futuro papa!
Gli studiosi della dottrina teologica degli ultimi due pontefici sono incapaci, al pari dell'autore di questo libro, di differenziare i punti di vista dottrinali di Wojtyla da quelli di Ratzinger.
Cos'è nato prima, l'uovo o la gallina? E impossibile sapere dove finiscono il pensiero e le azioni inquisitorie di Wojtyla e iniziano il pensiero e le azioni inquisitorie di Ratzinger.
Già lo aveva detto Rembert Weakland, arcivescovo di Milwaukee e biografo di Wojtyla: «Non saprei distinguere tra ciò che dice Giovanni Paolo II e ciò che dice Ratzinger». La verità è che quanto più malato e paralizzato diveniva Giovanni Paolo II, maggior potere decisionale acquisiva Ratzinger. Osservando le decisioni adottate da Ratzinger quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'ex Sant'Uffizio, i titoli dei giornali inglesi appaiono scontati.
Molte delle persone che lavorarono insieme al prefetto tedesco lo definiscono:
Un inquisitore fermo e spietato, ma gentile e dialogante nei modi, che contribuì in maniera decisiva a ridisegnare (o restaurare) la geografia politica romana attraverso l'individuazione dei teologi da bloccare, condannare, emarginare o ricondurre nel grembo materno. […] Verso le voci più progressiste fu, viceversa, intransigente e implacabile. Durante la sua guida, la scure della Congregazione si abbatté su un numero di persone abbastanza impressionante, facendo piazza pulita di ogni dissenso sinistrorso. Nell'ambito della sua azione politica [al fronte del Sant'Uffizio durante il pontificato di Wojtyla], la lista delle persone che il prefetto ha condannato rappresenta un'incontrovertibile, e strabordante, nota a piè pagina.

(Eric Frattini - "I papi e il sesso")

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publicado às 19:52



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